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Il canto e la musica nella liturgia attuale

Tratto daG.M. Rossi, Il canto e la musica nella liturgia attuale – Universa Laus

Coinvolgimento psicosomatico e spirituale

L’orecchio interno contiene già nella sua struttura un rapporto psicosomatico, essendo il vestibolo relato al soma e la coclea alla corteccia cerebrale, la quale, per i neuropsicologi, è la zona della psiche. La concezione classica considera la coclea deputata all’ascolto e il vestibolo all’equilibrio. In ogni caso è un dato di fatto che una vibrazione acustica investe sia i liquidi della coclea sia quelli del vestibolo. La differenza sta nel fatto che a colpire le cellule acustiche della coclea sono le frequenze corrispondenti ai suoni melodici, mentre le onde di pressione sonora pulsativo-ritmica provocano altri movimenti periodici nei liquidi del vestibolo. Da quest’ultimo nasce un riflesso audio-muscolare, in altre parole un’azione dinamica, che si traduce nel movimento del corpo. Questo avvenimento all’inizio è vissuto inconsapevolmente a livello somatico. Lo si vive consapevolmente soltanto se si considera l’esperienza in seguito, guardando al passato. Allora può essere colto nel suo valore estetico: e qui interviene il livello corticale, vale a dire l’operazione della psiche (Ansaldi G., “La lingua degli angeli”, Guerini Studio, Milano 1993).

Il coinvolgimento dello spirito dove si colloca? Siamo olistici, dunque la parte più profonda del nostro essere è intimamente legata alle altre. Soma, Psiche, Pneuma, sono insieme un tutt’uno e si influenzano a vicenda.

Dunque il suono che agisce a livello psicosomatico agisce pure a livello spirituale.

Ma è chiaro che più io dò spazio alla scansione pulsativa ritmica, magari di tipo isocronico, ad alti volumi, di un corpo sonoro e più sarà stimolato in me il vestibolo, dunque il riflesso audio-muscolare somatico, con appannamento degli altri due livelli, cioè quello psichico e quello spirituale.

Il sonoro utilizzato potrà alimentare i processi di sintonizzazione intra e interpersonale, se si baserà sull’analisi delle qualità parametrali fondamentali e sul loro intelligente impiego. Qualche esempio (tenendo sempre presente che accanto a questi fattori ve ne sono altri di natura più specificamente culturale o inconsci, legati alle vicende emotive dell’età evolutiva dell’individuo). Suoni di elevata velocità, bassa intensità, e breve durata, rimandano a dimensioni spaziali, in questo caso al senso del “piccolo”; viceversa suoni di elevata velocità, breve durata, ma forte intensità sono più pertinenti ad esprimere fenomeni aggressivi. Qualora il parametro fondamentale scelto sia il timbro, per aiutare la sintonizzazione bisognerà tener presente che il fonosimbolismo sottostante è soprattutto imitativo, per cui, ad esempio, un timbro che richiamasse uno sgocciolio, porterà alla mente immagini relative (Postacchinì, Picciotti, Borghesi, op. cit).

Proviamo a fare una veloce applicazione per la liturgia. Un sottofondo con timbri violeggianti non è adatto per aiutare una mia sintonizzazione intra e interpersonale celebrativa nel contesto di un forte rito acclamatene. Così pure, certamente non mi “sintonizza” un corale organistico dì J.S. Bach costruito su tema ben conosciuto (quindi mi dis-toglie), con contrappunti svolazzanti e suonato con una dinamica “spinta” a “commento” (?) di una pacata e breve “Parola di Dio”.

Dobbiamo assolutamente chiedercelo: dove porta un certo repertorio, una certa intepretazione del repertorio stesso, una certa voglia di esibizione, una certa dimenticanza delle persone reali e via dicendo? Con i suoni viviamo una liturgia in modo integrato, armonizzato, sontonizzato o non piuttosto schizzoide o perlomeno immaturo?

Il Rapporto Suono-Ambiente

Vari tipi di vani/chiesa

Per noi deve essere molto chiaro che il vano/chiesa è una cassa di risonanza e che la tipologia diversificata del vano/chiesa non corrisponde soltanto a un determinato stile, ma a una determinata risposta al suono.

Architettura e suono

Tra vani estremamente risonanti e vani privi di qualsiasi, anche minimo, riverbero è bene trovare l’equilibrio a prò del nostro celebrare. Purtroppo, per molte chiese costruite non s’è pensato al benché minimo intervento per adattare gli spazi alle celebrazioni post-conciliari.

Celebrare all’aperto

E’ evidente che un piccolo gruppo non incontrerà problemi in tale situazione. Questi nascono in occasione di celebrazioni di massa. E ormai siamo abbastanza abituati a vederne e magari a gestirne. Le soluzioni fondamentali per quanto riguarda la diffusione del suono risiedono nell’amplificazione, che andrà curata sia dal lato della qualità, che della postazione e direzionalità. Evitiamo di farci deridere da chi la sa lunga nel mondo dello spettacolo, ma soprattutto evitiamo di rendere un cattivo servizio alla Parola di Dio.

La nuova frontiera del suono: l’elettronica e il digitale

Un primo suggerimento: diffidiamo di amicizie, conoscenze, persona fidata, l’ha fatto anche il tale. Assicuriamoci piuttosto della sicura affidabilità tecnica, attraverso gli autentici competenti, gli specializzati in materia. Si spenderà qualcosa in più, ma il rispetto per la resa liturgica sarà assicurato. Non mi dilungo: occorrono ottimi microfoni, un ottimo amplificatore, casse acustiche di riproduzione (altoparlanti) che permettano un ascoso ottimale.

Canto e Liturgia

L’insegnamento delta tradizione primitiva

In quel periodo il suono-canto si limita a “dar voce al testo”, non “usa” il testo come pretesto per divagazioni vocali. Lo strato fondamentale del canto liturgico romano primitivo è costituito dai recitativi, ossia formule, per le orazioni, i versetti salmodici, le acclamazioni, i dialoghi, alcuni tra gli inni più antichi, i prefazi, il Pater noster, le litanie, il Sanctus (XVIII nel “Liber Usualis”), il Te Deum, il Gloria (XV nel “Liber Usualis”), i ritornelli su testi salmici.
Si può notare che tutte queste melodie, di tipo formulistico, sono perfettamente aderenti alla parola e al momento rituale e, compositivamente, sono di un’estrema semplicità. Ben si può capire il perché: appartengono a quel periodo che va fino al sec. V, in cui tutto il popolo partecipava attivamente al canto liturgico.
Con il sec. VI si apre la strada ali’ “élite”, i melodi e i “cantores”, che creano ed eseguono pezzi sempre più ornati, melismatici, lasciando al popolo le briciole o addirittura ammutolendolo. Siamo dovuti arrivare fin quasi ai 2.000 per “cominciare a raddrizzare la rotta!” Convinciamoci, perciò, che siamo soltanto agli inizi.

Forme vocali in relazione ai vari riti

In contrasto con la pre-conciliare “stilizzazione”, legata al “congelamento rituale”, si rendono ora necessari vari gesti sonoro-vocal-canori. Andrebbero considerati e illustrati uno per uno, ma in questo contesto permettetemi di citarli soltanto.

La de-clamazione
La pro-clamazione
L’ac-clamazione: grido e inno
La cantillazione
Forme compositive
La formula salmodica
II recitativo
La litania
II Tropario
La monodia contemporanea
Polifonia vocale contemporanea
Canto accompagnato contemporaneo, con coinvolgimento di Assemblea, soli, coro, strumenti

Tutti questi gesti e forme compositive sono ancora troppo poco applicati in giusta maniera, sia dai compositori che dalle varie comunità cristiane. La relazione testo-musica è ancora troppo poco curata. Ciononostante vi è un “pusillus grex” che crede fermamente nel rinnovamento liturgico anche dal lato musicale e lavora indefessamente perché il Mistero Pasquale di Cristo sia cantato con tutte le sue differenziazioni e relative forme simboliche richieste, affinché il “segno segni”. Vi è infatti una piccola ma significante produzione attraverso la quale Presidente, Assemblea, Coro, Soli, Strumenti, si esprimono con canto-suono-musica-movimento, in aderenza ai vari, differenziati riti. Anzi, qualche coraggioso che guarda avanti, legge tra le righe dei documenti e azzarda alcune proposte Irturgico-musicali che paiono particolarmente invitanti e stimolanti, ma comunque al posto giusto, anche se innovative. Tra l’altro non restano a livello di proposta “sulla carta”, ma vengono realizzate, dimostrando così la loro aderenza ad una ritualità più che mai viva, vera e attuale.

“La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico.” (SC, n° 123) Per cui anche la canzone, melodica o no, ha tutto il diritto di entrare in liturgia, “purché corrisponda allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole parti e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli” (IMS, n° 10).

Talvolta, perché il messaggio liturgico della celebrazione sia “incarnato”, per quella comunità, per quelle determinate persone, in quel “qui e ora”, occorrerà proprio che le parole rituali vengano espresse con il linguaggio-canzone e con uno stile melodico.

Per un altro rito, ad esempio una situazione molto acclamatoria, sempre per quel tipo di persone, occorrerà un linguaggio-canzone che contempli uno stile a scansione ritmica accentuata.

E’ qui che si innesta il giudizio: quale melodia? quale scansione ritmica? Mentre preparo la liturgia (sia dal lato compositivo che di animazione) so vagliare bene se quella melodia è adatta a quel testo per quel rito o la scelgo “perché piace”? E quel ritmo: aiuta l’acclamazione o soltanto mi fa “muovere”, e magari battere le mani, “ma il mio cuore è lontano da Lui” (Is 29,13)? Insomma, si tratta di canzoni per celebrare o di canzonette per far contenti gli allocchi?

C’è un altro passo della Parola di Dio che ci scuote: “II culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani” (Is 29,13).

Si potrebbe fare anche un’analisi musicologica dell’artisticità a confronto della banalità (ad esempio si vedano certi procedimenti a base di formulette ripetute infinite volte e banalizzanti o addirittura storpianti il testo). Preferisco piuttosto fermarmi al concetto di incarnazione e di aderenza al gesto rituale.

Dal “bel canto” alla “vocalità per celebrare i santi misteri”

L’esposizione vocale della “bella voce” o della cosiddetta “voce impostata”, sia solistica che corale, sia del presidente e dei ministri, che dei vari solisti e coristi, è uno stile che si è instaurato anche nella liturgia, attraverso la maggior parte delle interpretazioni delle famose “Messe cantate” perosiane e simili, e dei vari “mottetti”, interpretazioni che si rifacevano alla vocalità lirico-melodrammatica, così cara alla maggioranza degli italiani fino a non molto tempo fa.

In realtà molte volte, purtroppo, non si trattava nemmeno (e non si tratta, visto che ci sono ancora tali “esecuzioni”, qua e là) di “bel canto”, ma di “emissione a tutta voce” in cui è appunto la voce e non la parola a primeggiare.

Nell’immediato post-Concilio Vaticano II vi fu una ribellione da parte dei giovani e qualcuno andò all’opposto. Nacquero vocalità volgari e sguaiate anche nella liturgia, che ora paiono scomparse.

Penso che per “essere segno”, celebrando “i santi misteri”, un “ministro del canto” debba decisamente prendere coscienza anche di questo problema. Dovrebbe curare una vocalità pariata-cantillata-cantata che punti sul modo migliore per rendere il segno rituale vero e significante, affinchè diventi efficace.

Il canto degli attori della celebrazione

Il Presidente, l’assemblea, il coro, il salmista, il solista, il diacono e il lettore, hanno, ciascuno, un ruolo specifico e perciò dovrà essere contemplata una loro modalità specifica di intervento gestuale e cantato (o comunque vocale), perché i! gesto celebrativo risulti veritiero. Si tenga però presente che vale comunque sempre il concetto basilare secondo il quale suono-canto-musica-movimento sono patrimonio celebrativo di tutti, anche quando è uno solo o pochi o un gruppo a intervenire. Quanto al gesto canoro appropriato per ciascuno si deve far riferimento ai gesti e alle forme vocali di cui abbiamo fatto cenno pocanzi.

Cosa significa: “Rispetto della tradizione”

Riflettendo bene su ciò che dicono i documenti, in sostanza si può dire che qui si tratta di decidersi a capire che non ci vien detto di riprendere in mano tout-court il repertorio del passato, se non per situazioni a cui accennerò in seguito. Si tratta invece di ispirarsi ad esso. Cosa significa? Mi pare di poter dire che sia il gregoriano del fondo romano-franco, sia la polifonia rinascimentale, possono costituire quella “tradizione” a cui legarsi, se ne scorgiamo alcune particolarità a cui agganciarci, pur guardando avanti, ossia componendo per le nostre odierne celebrazioni, con un linguaggio e uno stile che non ne ripeta pedissequamente le tipicità.

Quali sono queste particolarità? Consistono in quel “humus”, o “sapore”, o “immagine complessiva” che può ispirare oggi ancora le nostre architetture musicali, così come alcune linee arcaico/classiche ispirano ancora oggi gli architetti per le forme architettoniche delle nuove chiese.

La richiesta conciliare e post-conciliare dei documenti ufficiali e’: si creino musiche nuove, ma non strane, anzi, scaturiscano, in qualche maniera, dalle forme già esistenti (MS, cap. VII).

Quale musica allora per l’oggi della Liturgia? Non posso fare altro che delineare alcuni punti-base, frutto della riflessione fatta sui documenti aggiornati vale a dire sui principi e norme (IGMR, 1983; IGLH, 1970), che sono apparsi nei vari documenti per la Chiesa universale e per la nostra Chiesa italiana

a) C’è ancora posto per la cosiddetta “grande musica” ore-conciliare?

“Suono-canto-musica partecipano della dimensione sacramentale della liturgia; sono elementi simbolici di realtà essenziali e non ornato esteriore; sono incarnazione in strutture comunicative della Parola e delle parole del dialogo salvifico e non ingredienti vagamente mistico-estetici di un culto religioso” (F.Rainoldi, in: “Canto e musica”, Nuovo Dizionario dì Liturgia, Ed. Paoline, Roma 1994). Quindi attenzione a certe celebrazioni che sanno più di manifestazione della “grandeur”, che non di celebrazione dei Santi Misteri.

b) Confronto tra il “solismo” pre-conciliare e il post-conciliare

“Criticate tanto i solisti delle Messe preconciliari mentre anche voi avete tutti questi salmisti e solisti vari nelle vostre canzoni”. E’ una delle critiche che ci siamo sentiti rivolgere, specialmente nei primissimi tempi del cammino liturgico riformato. La risposta è semplice: le “arie” e i solismi mottettistici preconciliari si riferivano soprattutto a una scrittura e a una modalità esecutiva che appartenevano più all’esibizione artistica che alla interpretazione di un “gesto sonoro” per uno specifico contesto rituale. Quanto al canto, poi, era importante che ci fosse un “superdotato vocale” a interpretare “la parte”; non bastava una persona intonata che sapesse pronunciare bene il testo ed esprimesse bene il momento rituale. Oggi il solista, anziché primeggiare con lo splendore vocale, deve piuttosto nascondersi dietro la parola: spetta ad essa il primato.

c) Quale “grande musica” del nostro oggi per /’ attuale liturgia riformata

“Non c’è niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di un’assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede” (MS 16). Certo nei grandi avvenimenti si coinvolgeranno maggiori forze sia vocali sia strumentali, ma solo perché esprimono più compiutamente la ricchezza di espressioni di tutta un’assemblea in festa. Ecco allora la varietà di forme, di linguaggi e di stili per i vari riti, con il coinvolgimento di tante persone che cantano e suonano nel rispetto dei loro ruoli: il presidente, il diacono, gli eventuali concelebranti, la parte di assemblea che sta nella navata (navate), il coro (più o meno polifonico) che sta nel suo luogo vicino alla navata, il salmista, i solisti (che possono essere diversi secondo i vari riti), gli strumentisti (con differenziazione di strumentazione in base alla significatività dei vari riti, alla fonica del luogo in cui si celebra e al tipo di assemblea/coro/soli da sostenere e accompagnare). Ci sarà naturalmente la scelta di repertorio. Questo potrà anche essere “impegnato”, se l’assemblea è in grado di farlo proprio, ossia di immedesimarsene per celebrare.

d) Il melodico feriale; il polifonico feriale; lo strumentale feriale

Vediamo cosa ci insegna la “tradizione genuina”:
- il melodico feriale è più “asciutto”, ossia è sillabico, non ornato;
- il polifonico feriale è in riferimento ad alcuni momenti rituali in cui si può intervenire con armonie semplici;
- lo strumentale feriale è riferito al limitato numero di strumenti e all’assenza di preludi e interludi strumentali di una certa consistenza.

Mi piace qui ricordare che una delle cose che mi sono sempre rimaste scolpite nella mente (e hanno inciso sulla mia identità sonoro-musicale-liturgica) è senz’altro la diversificazione dei segni sonori, per diversificare Tempi e Feste, così come era agita nella mia Parrocchia S.Andrea a Milano (eravamo negli anni del Parroco Bernareggi, fratello del liturgista Mons. Adriano!). Un piccolo esempio: in Quaresima, se proprio si dovevano accompagnare i canti, lo si faceva con l’armonium. L’organo, poderoso anche da vedersi (anzi, oggi è, secondo me, anche troppo invasivo), era un segno dichiaratamente “festivo”. Per cui a Pasqua, quando tornava con il suo suono esuberante, faceva notare quanto era stato “feriale” il suono dimesso dell’armonium (un piccolo “Tubi”).

e) Gli strumenti musicali: caratteristiche specifiche, volumi e timbri nel solo e nell’insieme

E’ importante il “saperci fare” e la conoscenza delle caratteristiche e della significatività sonoro-timbrica degli strumenti (nei solo o/e nell’insieme), per saper impegnare quelli giusti, nel modo giusto, per un determinato rito.

- il tanto glorificato organo a canne può ammazzare il canto invece di sostenerlo; può viceversa rendersi insufficiente e dannoso se i registri scelti non sono adatti per accompagnare il canto (ad esempio “unda maris” e “voce celeste”);
- un flauto amplificato può sostenere da solo la melodia cantata da una grande assemblea, mentre tre o quattro chitarre che facciano soltanto gli accordi, sono in grado di accompagnare esclusivamente un piccolo gruppo, il quale, penò, deve essere a conoscenza perfetta della melodia; va aggiunto comunque che molto dipende dall’ambiente e dal tipo di strumento: una chitarra molto sonora o addirittura amplificata, in un ambiente che risuoni bene, è sufficente a sostenere un gruppo anche di consistenza notevole;
- rimanendo alla chitarra: gli accordi sgranati e rari sulle parole “portanti” durante la parte cantillatoria di un salmo responsoriale vanno benissimo: in primo piano la PAROLA; se invece lo stesso testo viene accompagnato obbligandolo in un ritmo scandito dallo strumento in modo precostituito, non basato sul ritmo-parola, evidentemente si altera il rito, perché non è più la PAROLA ad essere in primo piano, bensì il ritmo imposto dalla chitarra;
- sempre a proposito di cantillazione solistica si tenga presente che è preferibile accompagnarla con uno strumento dal suono toccato e subito rilasciato che non da uno strumento a lunga tenuta di suono; quest’ultimo infatti è meno adatto a lasciare alla parola la preminenza; unica buona soluzione è dare l’intonazione sufficientemente sentita ma poi accompagnare con un deciso pianissimo;

f) Preludi, interludi, postludi

La dote principale di uno strumentista liturgico è senz’altro quella di saper improvvisare in base al rito che si celebra. Per fare ciò occorre una completa preparazione basata su seri studi liturgico-musicali. Talvolta servirà anche tenere pronto un apposito repertorio già scritto (soprattutto per preludi e postludi) che però sia stato già composto sui temi del canto usato nella tale o tal’altra liturgia, come canto d’inizio o di “post-communio”.

g) Impasti vocali-strumentali

Devono essere studiati sempre in riferimento alla realtà celebrativa; quindi per “quella festività”, per “quel” momento rituale, per “quell’Assemblea”, per “quelle” sensibilità, in riferimento a “quelle voci”, unisone o polifoniche, poche o tante, di sole voci medio-acute (donne e bambini) o di soli maschi, con alternanza o meno e via dicendo. La riflessione e l’attenzione di cui s’è fin’ora parlato, qui devono essere più che mai messe in opera.

Alcune puntualizzazioni generali.

C’è chi parla di “abusi” che vanno stroncati; ma gli abusi non si combattono con dei contro-abusi! Dice ancora Mons. Weakland: “Purtroppo con l’infelice decisione di Papa Giovanni Paolo II – presa, ne sono sicuro, con molta angoscia – di accordare, nel 1984, l’indulto che consentiva al rito tridentino di riprendere vigore”, i fautori del latino e della salvaguardia del repertorio cosiddetto “sacro” hanno ripreso la loro battaglia, “fino a pretendere di rovesciare le riforme liturgiche del Concilio”. Da che parte sta la verità: dalla parte dell’unione nell’unico rito latino riformato o dalla parte della divisione in due riti?

C’è già molto spazio per una giusta creatività e questa è più che sufficiente per aiutare ogni comunità a celebrare i Santi Misteri secondo la propria tipicità comunitaria. Dico comunitaria perché è inconcepibile una Liturgia che non sia così. L’azione liturgica non è mai unicamente opera del singolo, ma sempre e innanzitutto un gesto di Cristo Sacerdote e della sua Chiesa. Nell’Istruzione sulla Liturgia delle Ore si legge che pur celebrando le Ore in privato, si deve cogliere questo aspetto (IGLH, 32), pur tenendo presente che la celebrazione in senso pieno non si avverte effettivamente se non c’è un’assemblea.

Inoltre è urgente dirsi che né la “Sacrosantum Concilium”, né la “Musicam sacram” sono “l’ultima parola” conciliare sulla musica per la liturgia; infatti sono emerse nuove e sempre più dettagliate norme e disposizioni particolari, che si trovano nei libri liturgici rinnovati e nei “Principi e norme” per il loro uso. Ciò vale in modo particolare per le premesse al Messale (IGMR, 1983) e alla Liturgia delle Ore (IGLH, 1969).

Va poi onestamente riconosciuto che nella datata Costituzione “SC.” (4 Die. 1963: un abisso per il nostro tempo vertiginoso) c’è comunque già almeno una ricerca di equilibrio tra la dottrina tradizionale ribadita (latino/gregoriano/polifonia) e un nuovo sentire liturgico, più aperto al fatto celebrativo in sé, un po’ meno centrato sulla musica.

Si sottolinei molto bene la famosa e nuova frase in cui si dice che la musica per la liturgia “sarà tanto più santa, quanto più strettamente unita all’azione liturgica”.

Quanto poi al gregoriano viene richiesta la “parità di condizioni” perché venga preferito in una celebrazione. Ma questa frasina: “ceteris paribus”, cioè: “a parità di condizioni”, viene quasi totalmente ignorata. Questa io la chiamo “manipolazione dei documenti”. Semmai, di un documento, si fa una circostanziata critica. Manipolarlo è operazione indegna.

A questo punto è bene chiederci: in che misura il repertorio del passato è oggi con facilità accessibile al Popolo di Dio, più direttamente coinvolto nei riti rinnovati?

C’è il rischio reale di un ri-uso poco intelligente, non contestualizzato, al di fuori di una programmazione che tenga presente festa / riti / persone / ruoli. Infatti, ad esempio, si stanno purtroppo continuamente creando cori, più o meno parrocchiali, che si riappropriano di tutto lo spazio cantato della celebrazione. Si torna ad un “far musica per la musica”, che, il più delle volte, è non soltanto ben distante dall’adesione ai riti, ma addirittura anche dall’arte per l’arte! Ci fosse almeno quella!

Come conclusione mi piace citare una frase del grande liturgista benedettino, Mons. Magrassi, che fu vescovo di Bari fino a qualche anno fa: “Purtroppo si son cambiati i testi ma non le teste”. Certo, la conversione del cuore è la più difficile; più facile rimanere nel proprio tran-tran, accampando varie ragioni puramente cervellotiche, senza andare alla radice della questione che è la celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo.

Ecco un breve campionario: “si è sempre fatto così”; “nella mia chiesa e con la mia gente so io come fare: i liturgisti hanno il buontempo”; “bisogna far cantare l’Assemblea, quindi il Coro è inutile”; “per la partecipazione attiva basta l’ascolto, quindi basta il Coro”; “una volta si poteva suonare tanto durante la Messa, adesso cosa ci sta a fare l’organista se non suona i suoi pezzi?”; “le chitarre hanno profanato le chiese, perciò io non vado più in chiesa”. E potremmo continuare. Purtroppo, se badate bene, in tutte queste frasi manca il sostegno della “radice”, mancano le “teste pensanti” che, “con-vertite”, sappiano mettere il “Cristo vivente” al centro. E’ chiaro dunque che non saranno le soluzioni musicali tecniche a risolvere primariamente i nostri problemi liturgico- musicali, bensì una faticosa ricerca catechetico-liturgica. I nostri Vescovi, qualche anno fa, avevano così titolato un loro documento: “Cantiamo la nostra fede”. Eh già, in ultima analisi non si tratta di arte, ma proprio di fede.

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